Touristification: ovvero come subire il turismo senza mai governarlo.

L’Italia non ha bisogno di presentazioni. E’ il primo Paese al mondo per siti UNESCO, è la 5° meta turistica più visitata (fino al 2019), leader nella produzione agroalimentare di qualità, primo Paese europeo per biodiversità. Storia, arte, cultura, tradizioni, enogastronomia, per non parlare di città, mare, coste, montagne, laghi, fiumi. Un patrimonio immenso, inestimabile.

Eppure? Eppure c’è il solito problema: nel turismo merito e competenza lasciano il campo all’improvvisazione e all’incompetenza. Un Paese come il nostro, che produce tramite il turismo il 13% del proprio PIL, con oltre 40 miliardi di introiti, non ha mai investito realmente in una svolta digitale, in una governance strategica e capillare, per realizzare sinergie tra operatori pubblici e privati, integrare servizi, produzioni, mobilità. Così piuttosto che governare il fenomeno, lo subbiamo. Scarse ricadute occupazionali, mancata diversificazione, forte stagionalità delle mete e scarsa infrastrutturazione sono alcune delle prime problematiche inerenti alle mancate politiche di sviluppo nel settore.

Subire il turismo significa inoltre alimentare dinamiche predatorie, di un mercato speculativo, su cui si generano interessi per grandi profitti di pochi a danno di tanti. Spesso dei residenti, che vivono il disagio dell’overtourism in determinati periodi dell’anno, in base alla stagionalità della meta.

Disagi, difficoltà e problemi che possono essere riassunti nella turistificazione, ovvero il fenomeno per cui una città, un luogo, diventa principalmente una meta turistica da vendere al mercato e si trasforma in prodotto di consumo. Una visione troppo materialista che in realtà non garantisce prestazioni economiche, sociali, culturali valide. In base a questa visione della città (o più in generale del luogo) si possono osservare le seguenti problematiche:

  • spopolamento del centro storico e diminuzione della residenzialità in favore di un incremento notevole di attività di ristorazione e ricettività.
  • massimizzazione dei profitti concentrando i costi nel più breve periodo possibile, portando ad una forte stagionalità del mercato del lavoro, e dei flussi, che vivono una densità notevole in fasce temporali molto limitate.
  • artigianato, produzione e commercio locale, soffrono le economie di scala di grandi gruppi che esercitano appeal, prezzi bassi ed una politica glocal, con la quale penetrano anche nel mercato locale.
  • sovraccarico di strutture e infrastrutture fisiche e digitali, con grandi disservizi per i residenti.

Ci sono notevoli esempi, come le principali città d’arte, Roma, Firenze, Venezia, che vedono i loro centri storici mercificati, pronti ad uso e consumo del turista. Ma questo approccio affonda le sue radici in un’errata interpretazione del turista come soggetto distaccato, poco empatico ed insensibile. La tendenza invece è quella contraria, ovvero di un ospite, di un visitatore attento al contesto in cui si trova, all’ambiente che lo circonda, alla società in cui si immerge.

Ma non solo le grandi città d’arte. Luoghi incantanti come coste, laghi e montagne, vengono sempre più assediati in pochi giorni per essere letteralmente cannibalizzate dal turismo di massa. Ne è esempio lampante la Puglia, con una crescita a doppia cifra, nell’ultimo decennio ha visto vaste aree deturpate, impoverite da questa dinamica di turistificazione. Basti pensare al Salento e al suo capoluogo, un tempo meta lenta, di un turismo autentico, oggi diventata destinazione di massa per 3 mesi all’anno.

L’esempio della Puglia è emblematico e possiamo mettere in fila tutti i numeri che traducono concretamente l’elenco di sopra.

  • il 70% della presenza turistica si concentra tra giugno e settembre
  • in soli 10 anni il centro storico di Lecce ha perso circa 1.500 residenti su circa 5.000 e sono quadruplicate le attività ricettive extra alberghiere che rappresentano oltre l’80% dell’offerta ricettiva.
  • il 64% delle attività turistiche sono ristorative, il 13% ricettive, il restate 23% si ottiene considerando tutte insieme le attività: ricreative, trasporti, agenzie viaggio e servizi, offerta di supporto.
  • Rispetto al panorama nazionale, le strutture ricettive della Puglia hanno accolto solo l’1,7% degli arrivi internazionali, oltre il 5,2% sono italiani, e nello specifico il turismo di prossimità resta il mercato di riferimento.
  • i contratti stagionali in base a 100 giorni di attività lavorativa, hanno una retribuzione media di poco più di 5 euro al giorno, quando il contratto nazionale ne prevedrebbe 11,4 euro lordi.

Dalle parole ai numeri, per raccontare quelle che sono le conseguenze della turistificazione e l’incapacità di una classe dirigente, inerme davanti a dinamiche le cui conseguenze si sono già dimostrate disastrose in tempi di pandemia, e rischiano di aggravarsi nel corso del prossimo decennio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.